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I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto

Un paese incapace di rappresentarsi se non come vittima

Un paese incapace di rappresentarsi se non come vittima.

[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]


di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

[ UPDATE 19 GENNAIO: il capoverso qui sopra è stato molto criticato, ma nella sostanza riassume la posizione dell’India sulla «zona contigua», posizione ribadita ieri dalla Corte suprema di New Delhi: «The incident of firing from the Italian vessel on the Indian shipping vessel having occurred within the Contiguous Zone, the Union of India is entitled to prosecute the two Italian marines under the criminal justice system prevalent in the country.» Quest’aspetto verrà approfondito nel prossimo post di Miavaldi. Anche in quest’occasione, i media italiani hanno disinformato pesantemente, ripetendo a tamburo che secondo l’India l’incidente “non è avvenuto in acque territoriali”, senza però dire come proseguiva il discorso, e quindi cosa significhi. Secondo la Corte suprema l’incidente non è avvenuto nelle acque territoriali e perciò non è competenza dello stato del Kerala, ma è avvenuto nella “zona contigua”, sulla quale l’India – intesa come nazione tutta – rivendica la giurisdizione. Per questo il processo è stato spostato dal livello statale a quello federale. ]

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

 Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indiani che, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

Luigi Di Stefano, ingegnere ma non proprio[ UPDATE 8 gennaio 2013: Di Stefano in persona è intervenuto nei commenti qui sotto… e mal gliene incolse. Oltre a ulteriori, serissimi dubbi sulla sua “analisi tecnica” (ricapitolati qui), ne sono emersi anche sul suo buffo curriculum, sulla sua laurea (si fa chiamare “ingegnere” ma non risulta lo sia), sui suoi trascorsi e su precedenti, non meno raccogliticce “perizie”. Dulcis in fundo: presentato come tecnico super partes, in realtà Di Stefano è un dirigente del partitino neofascista Casapound. Suo figlio Simone è il candidato di Casapound alla presidenza della regione Lazio. Con Casapound, Di Stefano anima un “comitato pro-Marò”.
Dopo che la discussione/inchiesta ha portato alla luce queste cose, Di Stefano è stato raggiunto dal Fatto quotidiano e ha ammesso di non essere andato molto più in là di una ricerca sul web, di non aver mai avuto contatti diretti con fonti indiane e di aver ricevuto alcuni dati da analizzare da giornalisti italiani suoi amici, omettendo di verificarli alla fonte primaria.
Costui si aggirava da anni al centro o alla periferia di inchieste cruciali (Ustica, Ilva etc.), presentato dai media mainstream e dalle destre (fascisti e berluscones) come “esperto”, senza che nessuno avesse mai pensato di verificarne i titoli, la reale competenza, i metodi impiegati e chi gli dava copertura politica. Eppure non sarebbe stata un’inchiesta difficile, tant’è che per scoprire certi altarini sono bastati due giorni di discussione seria su un blog.
Naturalmente, sia Di Stefano sia i suoi amici di estrema destra, dopo aver accusato il colpo, han cercato di rispondere facendo il free climbing sugli specchi e gridando al complotto internazionale ai loro danni. — WM ]

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana , citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che: 1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali; 2) i due marò hanno sparato. Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso , in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, come ricordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano  Tehelka , ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hanno ritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India da polemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

[ Update 5 gennaio 2013:  dopo mesi e mesi di propaganda a senso unico e rintocchi assordanti di una sola campana, quest’articolo è stato un sasso nello stagno. E’ il più “socializzato” della storia di Giap ed è stato ripreso in lungo e in largo per la rete. La discussione qui sotto è partecipata e ricchissima di spunti, approfondimenti, correzioni, precisazioni, conferme, rilanci, rivelazioni, scoperte. “Pare un film di 007”, ha scritto un commentatore sbigottito, riferendosi ai colpi di scena che si susseguivano rapidi. Mentre scriviamo, si sfiorano ormai i 300 commenti, con decine di sotto-discussioni ramificate, compresa la vera e propria inchiesta collettiva su metodi e titoli del dicentesi ingegner Di Stefano. Leggere tutto quanto è appassionante, ma anche impegnativo e non tutti hanno il tempo di farlo. Ci ripromettiamo, noi e Matteo Miavaldi, di preparare e pubblicare un secondo post, che aggiorni, faccia il sunto della discussione, affronti i punti critici, tenga accese le braci di un’informazione diversa sul caso. — WM ]

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  1. mazzetta says: 03/01/2013 at 1:16 am

    Noblesse oblige, è giusto ricordare che l’identico pattern è stato visto all’opera nel confronto con il Brasile per il caso di Cesare Battisti. Anche lì gli stessi comportamenti, che prima di essere intimamente cretini si sono rivelati particolarmente lesivi dell’interesse e dell’immagine nazionale, che pure i rodomonti si dicevano intenti a difendere, esponendo il fiero petto e insultando frustrati i nemici.

    Che peraltro nemici non sono, come non sono anti-italiani quanti hanno suggerito di trattare la questione con misura e serietà, come richiedono faccende del genere. Purtroppo per i pescatori indiani e per i “nostri ragazzi” mandati allo sbaraglio, nessuno degli sciacalli che si sono sporcati le mani in occasioni come questa ha mai dimostrato di avere in mente niente che non sia l’eccitare gli animi del fiero guerriero da poltrona, interpretando i loro non molto reconditi pensieri.

  2. Contador says: 03/01/2013 at 1:28 am

    Grazie dell’esauriente racconto. Paradossalmente ne escono meglio i due che non i loro pretesi sostenitori :-p

    • Wu Ming 1 says: 03/01/2013 at 1:08 pm

      Senz’altro i due marò, almeno in questo frangente, si sono comportati in modo più serio dei tifosi in camicia nera e delle majorettes dal trucco sfatto che li circondano.

  3. sito-wordpress says: 03/01/2013 at 8:26 am

    E’ tutto molto vero, ma la mia domanda è :

    Possiamo lasciare che questi 2 militari vengano lasciati partre verso un paese che prevede ancora la pena di morte ?
    Possiamo responsabilmente guardarci in faccia e lasciarli partire senza pensare che li stiamo abbandonando?

    • El_Pinta says: 03/01/2013 at 10:47 am

      Mi pare che lo Stato italiano stia tutt’altro che abbandonando quelle persone (valga come esempio il milione e 300 mila euro pagati per le cauzioni), che in un paese straniero stanno affrontando un processo per un crimine grave.
      Lasciarli partire significa assumersi di fronte all’India e al mondo intero le proprie responsabilità.
      Il fatto che in India viga la pena di morte non cambia nulla, chi commette un crimine all’estero va processato e deve affrontare le conseguenze delle sue azioni.
      La solidarietà dello Stato va tributata a questi imputati solo perché sono militari? Altri connazionali detenuti in paesi stranieri per reati minori (possesso di modiche quantità di droga, ad esempio) hanno ricevuto lo stesso trattamento? Mi pare di no, perché?

      • Norbert says: 03/01/2013 at 5:29 pm

        El_Pinta scrive:
        “Altri connazionali detenuti in paesi stranieri per reati minori (possesso di modiche quantità di droga, ad esempio) hanno ricevuto lo stesso trattamento? Mi pare di no, perché?”

        Perché i Marò su quella nave ci son stati comandati di servizio. Cioè ce li ha messi lo Stato, che pertanto li deve tutelare. Che non vuol dire “proteggerli se hanno torto”

        Secondo me.

        • Wu Ming 1 says: 03/01/2013 at 5:40 pm

          Norbert, è un piano inclinato scivolosissimo. Anche per le strade di Genova c’era gente che era lì comandata di servizio, anche a Bolzaneto, anche nelle caserme e galere dove sono morti Cucchi, Bianzino, Uva, anche in quella via di Ferrara dove è stato picchiato a morte Aldrovandi. Gli spettacolini di omertà di stato e depistaggi istituzionali a cui abbiamo assistito negli anni mi portano a dire questo: è molto difficile stabilire il confine oltre il quale “lo Stato li deve tutelare” (e in che modo “deve”?) diventa “proteggerli se hanno torto”. Il dubbio di El_Pinta è lecito: per quanti altri imputati italiani all’estero l’erario avrebbe speso centinaia di migliaia di euro… per dieci giorni di ferie di natale? Mah.

        • El_Pinta says: 03/01/2013 at 8:20 pm

          Scusami Norbert, facciamo chiarezza su una cosa. Se non capisco male quei militari su quella nave non erano stati comandati dallo Stato, bensì assoldati da un imprenditore grazie a una legge dello Stato che consente alle nostre forze armate di prestare servizi, dietro compenso, a soggetti privati.
          Per cui su quella nave i due fucilieri non rappresentavano la Stato italiano ma un armatore privato.
          Il comportamento delle istituzioni, poi ha ampiamente oltrepassato la tutela ed è scivolato in quella che tu chiami “protezione a torto”. Lo ha fatto nel momento in cui queste due persone sono state dipinte come qualcosa che non sono (eroi) e trattate in modo preferenziale (con consistenti investimenti in denaro).
          Detto questo cominciamo a farci qualche domanda, tipo perché mai una forza armata che può mantenersi da sola vendendo i suoi servizi sul libero mercato deve essere finanziata coi soldi delle nostre tasse?
          E ancora, se anche fosse vero che su quella nave i due militari rappresentavano lo Stato impegnato in un’azione di guerra (alla pirateria), come in molti sostengono, cosa impedisce che quel crimine venga considerato un crimine di guerra?
          Sul resto ti ha risposto WM1 qui sotto e il suo commento rappresenta anche il mio pensiero…

    • El_Pinta says: 03/01/2013 at 10:50 am

      Aggiungo ancora una domanda: non pensi che sia un diritto dei due militari quello di provare la loro innocenza nelle sedi deputate? Non credi che sia molto più umiliante per loro nascondersi sotto le lenzuola piuttosto che affrontare quello che hanno fatto?

      • sito-wordpress says: 03/01/2013 at 9:00 pm

        Io credo che se la nazione fosse stata Irak, ora li staremo chiamando ostaggi …tutti.
        Se fossero stati gli Stati Uniti staremo parlando di sopprusi.

        La realtà è che qui tra la politica e gli accordi internazionali ci dimentichiamo che possiamo sempre processarli, in Italia secondo leggi eque per la dignità umana.
        La costituzione Italiana ripudia la pena di morte e non voglio neppure pensare che un concittadino possa essere giudicato colpevole a Morte in un altro paese nè nel mio. Per questo e solo per questo spero non li rimandino in India. Anche se pare ormai scontato il contrario. Non entro poi in altre questioni tutte lodevolissime ma che secondo me non centrano il problema profondo della dignità dell’uomo.

        • El_Pinta says: 03/01/2013 at 9:28 pm

          Se la nazione si fosse chiamata Irak e due soldati fossero stati rapiti li avremmo chiamati ostaggi, se avessero ucciso due civili disarmati, invece, criminali di guerra. Resta il fatto che, come è scritto nel post, queste persone non sono state trattate da ostaggi, anzi le autorità indiane hanno predisposto per loro un trattamento più che benevolo e indulgente. Dunque, di cosa stiamo parlando?
          Se fossero detenuti negli usa staremmo parlando di criminali, non si soprusi.

          Su quanto sia inconsistente la tua argomenta rispetto alla pena di morte e alla dignità umana ti ha risposto in modo esauriente Mauro Vanetti qui sotto, ti consiglio di rileggerlo.

          Quanto alla possibilità di processarli in Italia è una stupidaggine e lo sappiamo tutti. Quanto possano valere processi per fatti di questo tipo celebrati nei paesi di provenienza degli imputati ce lo ha insegnato la strage del Cermis, di cui ricorre tra un mese l’anniversario.
          Strage i cui autori, processati negli Usa sono stati assolti e reintergrati in servizio nonostante avessero violato palesemente qualsiasi regola anche di buonsenso (e se qualcuno avesse ancora dubbi in proposito lo invito a farsi un giro in Val di Fiemme e farsi mostrare da un valligiano dove correvano i cavi della funivia), cosa che probabilmente non sarebbe accaduta se fossero stati processati in Italia…

          • sito-wordpress says: 04/01/2013 at 1:09 pm

            Quello che dici è tutto vero in linea di massima… infatti la mia questione non è politica ne legale ma umanitaria e civile(diritti umani). Purtroppo mi sembri troppo impegnato a dire come la pensi per leggere quello che scrivono gli interlocutori arrivando addirittura a darmi dello stupido.
            Tranquillo non me la prendo :)

            Per la pena di morte…per me se esiste ed è stata pure applicata anche solo una volta basta…2 è già tantissimo. Se una di quelle 2 persone che hanno giustiziato fosse stato tuo figlio, credo il valore di quel “solo 2 volte” cambierebbe immensamente e l’arsenale della tua irruenta retorica(sembri proprio un politico) sarebbe puntata da tutt’altra parte adesso…

            Io non conosco i 2 Marò…li vedo solo come persone in uno stato di diritto che non riconosco. Non li assolvo per ciò che hanno fatto, ne tanto meno li condanno dato che non sono li per poter valutare tutto con chiarezza.

            Ma sembra tu sappia già tutto, quindi Amen! Bada che ho letto quello che hai scritto sui militari Usa e non voglio raccogliere quel guanto…se provi a girare al contrario la questione sai già come la penso!

    • maurovanetti says: 03/01/2013 at 11:21 am

      Sebbene l’India non abbia ancora abolito la pena di morte, vi ricorre estremamente di rado. Nel 21° secolo solo 2 persone sono state giustiziate in India – due di troppo, secondo me, ma è giusto dare alle cose la loro giusta proporzione. Gli Stati Uniti con un quarto degli abitanti dell’India hanno applicato la pena di morte 43 volte soltanto nel 2012.

      La pena di morte non viene applicata a casi come quello dei due marò, ma solo a delitti particolarmente efferati; quest’anno è stato impiccato il fondamentalista pakistano Mohammed Ajmal Amir Kasab, accusato di aver compiuto l’attentato terroristico del 2008 a Mumbai in cui morirono oltre 150 innocenti. L’altro impiccato post-2000 aveva, secondo l’accusa, stuprato e ucciso una ragazzina minorenne. Considerato il trattamento di favore di cui hanno goduto finora Girone e Latorre, è del tutto inverosimile credere che possano essere condannati a morte per un omicidio colposo.

      Questa bufala dei “marò che rischiano la morte” fa parte dell’apparato propagandistico nazionalista.

    • VecioBaeordo says: 03/01/2013 at 1:18 pm

      @sito-wordpress
      Da un po’ di tempo cerco di pormi domande come la tua in modi un po’ diversi:
      “Possiamo lasciare che imprese e organismi italiani mantengano traffici con paesi che prevedono ancora la pena di morte?”
      Ma allora anche:
      “Possiamo lasciare che una nostra impresa assuma manodopera in paesi che non garantiscono diritti minimi sindacali? Possiamo responsabilmente guardarci in faccia e lasciarla partire senza pensare che sta abbandonando i suoi dipendenti italiani per andare a spremere dipendenti altrove?”
      Penso che siamo d’accordo sul rispetto della vita, ma quella di tutti, a prescindere da dove nascono. Quindi, per non rischiare di far intendere che quella degli italiani vale di più (posizione già affollatissima), dovremmo fare lo stesso *identico* sforzo per non abbandonare ogni singolo individuo che rischia la morte in qualsiasi buco di culo del mondo. E invece.

      • sito-wordpress says: 03/01/2013 at 9:36 pm

        Io sono un singolo e posso solo avere un opinione.
        Non posso fare nulla da solo
        Certo se potessi salverei tutti dappertutto ma è piuttosto improbabile.
        Non ritengo gli italiani superiori a nessuno.

        Gli Italiani sono un popolo che nel tempo ha raggiunto conquiste civili importanti e io come Italiano, non credo dovrebbero essere estradati ma giudicati secondo una legge che sia civile.

        Giudicati e non assolti!

        Se non riteniamo la dignità di un essere umano rispettata dalla legge di un altro stato, abbiamo il diritto di non rimandarli indietro… Non c’e’ politica qui, solo senso civile.
        Bada bene se non fossero stati italiani o le parti fossero invertite…sarebbe stato uguale per me!

  4. gdamele says: 03/01/2013 at 10:31 am

    @mazzetta: giusto l’esempio del caso Battisti, perché anche lì la destra ha mostrato di non mirare all’obiettivo dichiarato (l’estradizione) ma solo a sfruttare il caso a fini di politica interna. Sul caso, per chi ancora fosse interessato: http://alvearecontento.blogspot.pt/2011/07/nao-queremos-battisti-de-volta_29.html

  5. e1ke says: 03/01/2013 at 10:51 am

    Volevo farvi un appunto riguardante la questione della giurisdizione.
    Come avete riportato anche voi nell’articolo, è confermato che la nave si trovasse a 20.5 miglia marine.
    Come avete riportato anche voi nell’articolo, questo la farebbe rientrare nella zona contigua.
    A questo punto avete dichiarato che questo la farebbe ricadere automaticamente nella giurisdizione indiana, senza possibilità d’appello alcuna.
    Ma è una conclusione errata, poiché stando a quanto riportato dall’art. 33 della convenzione di Montego Bay e al diritto internazionale, l’estensione della giurisdizione nella zona contigua è limitata a certe fattispecie esclusive.
    Scusatemi, basterebbe un minimo di logica e rispondere alla domanda: avrebbe senso d’esistere la divisione tra la zona contigua e le acque territoriali se nelle medesime lo Stato esercitasse la stessa giurisdizione, godendo degli stessi diritti?
    Ovviamente no, perché altrimenti basterebbe parlare di acque territoriali estese fino a 24 miglia e tanti saluti alla divisione di 12+12.
    Voglio farvi poi notare che questo è stato affermato anche da Harin Ravel, che è un additional solicitor general indiano (http://en.wikipedia.org/wiki/Solicitor_General_of_India), che ha appunto sostenuto questo:

    “I have the coordinates of the ship. The vessel carried an Italian flag and was found to be at 20.5 nautical miles from the coast. Our territorial waters end at 12 nautical miles. Beyond it the international law would apply”

    Qui l’articolo (Times of India): http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2012-04-21/india/31378543_1_italian-ship-ship-owners-indian-vessel

    Esprimendo la sua opinione per quanto riguardava la detenzione della nave (e le corti hanno confermato la sua idea, per quanto non condivisa in linea ufficiale dal governo, perché hanno rilasciato la nave).
    Qui un altro articolo: http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2012-04-23/india/31386478_1_enrica-lexie-italian-ship-ship-owners

    Il governo indiano poi, come si può leggere nel secondo articolo, ha sostenuto che la giurisdizione spettava all’India indipendentemente dal fatto che la nave fosse o meno in acque internazionali, spostando quindi su altre basi la loro legittimazione (in barba al diritto internazionale).
    Per concludere, io concordo con quanto sostenete in riferimento ai pennivendoli italiani, al voler fare di questi due uomini degli “eroi” quando non lo sono, ma se si parla di diritto c’è poco da fare, quella nave era a 20.5 miglia marittime con tutto quello che ne consegue.
    Un saluto da un vostro accanito lettore.

    • El_Pinta says: 03/01/2013 at 11:10 am

      Sbagli, l’articolo dice testualmente che

      “il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione”

      per cui il pezzo non dice che la nave ricade automaticamente nella giurisdizione indiana, ma che l’India ha diritto a far valere la propria giurisdizione…

      • e1ke says: 03/01/2013 at 11:15 am

        Il punto è che la giurisdizione indiana, nella zona contigua, è legata esclusivamente a determinate fattispecie e cioè quelle che si possono trovare elencate nell’art. 33 della Convenzione di Montego Bay:

        Article 33. Contiguous zone

        1. In a zone contiguous to its territorial sea, described as the contiguous zone, the coastal State may exercise the control necessary to:

        (a) prevent infringement of its customs, fiscal, immigration or sanitary laws and regulations within its territory or territorial sea;

        (b) punish infringement of the above laws and regulations committed within its territory or territorial sea.

        http://www.admiraltylawguide.com/conven/unclospart2.html

        Ora, ti faccio una domanda, questo caso ti pare rientrare in uno dei citati punti dell’articolo?
        No, non lo è.
        L’India avrebbe diritto di far valere la propria giurisdizione solamente nel caso in cui il caso in questione ricadesse in una delle citate fattispecie.
        Questo caso, mi pare evidente, non ricade sotto quelle elencate.
        L’articolo fa comunque intendere che l’India è legittimata ad avere giurisdizione nel caso proprio perché la nave si trovava nella zona contigua, questo è quello che ho dedotto leggendolo.

        • e1ke says: 03/01/2013 at 11:19 am

          Poi chiariamo, la cosa (forse non hai letto), l’ha sostenuta anche un funzionario indiano dell’avvocatura di Stato (quello che ho già citato sopra, Harin Ravel additional general solicitor).
          Non l’ha detto La Russa o “Il Giornale” o qualche altro incompetente a caso.
          Quindi io un paio di dubbi me li farei venire (se proprio non ti bastano le osservazioni che ho fatto).

        • VecioBaeordo says: 03/01/2013 at 12:59 pm

          Premesso che i dubbi che esponi mi sembrano anche plausibili, tuttavia mi pare che il caso potrebbe rientrare nel punto a) alle seguenti condizioni:
          1. per territorio indiano si intenda il peschereccio (e tale deve intendersi, come si evince dal post)
          2. se tra le “sanitary laws” rientri il fatto che uno venga ucciso (e questo non lo posso sapere, ma forse nemmeno tu?).

          • Wu Ming 1 says: 03/01/2013 at 1:03 pm



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    domenica 7 aprile 2013

    l’Unità 7.4.13
    In rete la «base» avverte: niente alleanza con il Cav


    Perplessità, dubbi e proteste in rete per la proposta di Franceschini di dialogare col Pdl: quasi duecento post sulla pagina Facebook dell’ex capogruppo prendono di mira un’eventuale alleanza con il partito di Berlusconi. Peppe Ruggeri esprime la preoccupazione di molti: «Con Berlusconi abbiamo dato abbastanza per il bene del Paese. Cercate di supportare Bersani invece di fare sempre la classica guerra fratricida di sinistra», è il suo invito. Chiara Locatelli non ci crede. Si chiede anzi se non sia un tardivo pesce d'aprile.

    l’Unità 7.4.13
    Democratici, si formano i fronti del congresso
    L’area di sinistra si organizza per raccogliere la sfida di Renzi sulla leadership
    di M. Ze.


    Per ora sono incontri informali, piccoli capannelli nei corridoi di Montecitorio dove il tempo è sospeso in attesa di un governo. Giovani turchi, parlamentari della sinistra Pd (e vendoliani) si confrontano in vista del congresso di autunno ma anche qui vai a capire che succede... se si fa un governo Bersani che non muore nel giro di una stagione, se un governo del Presidente, di transizione oppure si torna al voto. Non è ininfluente per il destino del congresso quello che accadrà da qui ad allora. L’obiettivo di molti, soprattutto chi teme un Pd schiacciato sulle posizioni renziane, è il partito unico con dentro Vendola, Giuliano Pisapia, aperto al civismo e ai movimenti. Di sinistra. Una forte e massiccia componente di sinistra da contrapporre a Matteo Renzi dato fortissimo nei sondaggi.
    Nichi Vendola l’altro ieri ha detto che i tempi sono maturi per un rimescolamento con il Pd, ma il contenitore deve essere pensato per tenere il passo con questo tempo così lontano dal Lingotto, dal Novecento, un tempo stravolto dalla crisi economica, della democrazia, della politica. Superata la sinistra liberista, superati gli estremismi a vocazione minoritaria, c’è bisogno di un nuovo orizzonte.
    Un progetto che si è affacciato più volte nel dibattito in questi anni, che oggi rilanciano i giovani turchi Matteo Orfini e Andrea Orlando e non dispiace a molti altri. «È il momento di mescolarsi. Serve un partito riformista moderno, che dia un colpo decisivo alla vecchia morfologia politica di questi anni dice Vincenzo Vita È l’unico modo per rispondere alle proposte di Matteo Renzi in modo non conservativo o inutilmente arroccato».
    «C’è una spinta molto forte ad accelerare i tempi di discussione su come si va al congresso racconta un democrat che renziano non è e quello su cui molti di noi sono d’accordo è che non si può andare in ordine sparso».
    Bisogna arrivarci, ragiona la sinistra Pd, con un’idea di partito ben chiara, con una piattaforma programmatica alternativa a quella del sindaco fiorentino e con una leadership. Fabrizio Barca, tanto per fare nomi, non ha nascosto la sua intenzione di mettersi in gioco. A chi gli chiedeva se intendeva fare «il curatore fallimentare» del Pd, ha risposto che «i curatori fallimentari servono quando ci sono aziende fallite, non vedo aziende fallite. Il Pd è un partito, quello a cui corre la mente di una persona di sinistra come me».
    Cesare Damiano, parlando dell’attuale ministro, lo ha definito «un ottimo politico che può diventare un punto di riferimento di sinistra» e lo stesso Beppe Fioroni (i cui rapporti con Renzi sono pari a zero) lo ritiene una risorsa.
    Sul fronte renziano per ora non si sbilanciano sul congresso. «Capiamo bene quale deve essere il profilo che vogliamo dare al partito, poi si può parlare di nomi», dice Simone Bonafé. In realtà il futuro del sindaco e il suo ruolo al congresso sono legati ai fatti di queste prossime settimane. Se nasce un governo che scavalla l’anno di vita allora sarà inevitabile dover passare per il congresso d’autunno e decidere se giocarsi la segreteria del partito (a cui il sindaco non tiene particolarmente) sapendo di essere un candidato fortissimo, o puntare sulla leadership chiedendo una modifica dello Statuto che sleghi il destino del segretario (che Renzi lascerebbe a uno dei suoi) da quello della premiership. Se si andasse al voto in autunno sarebbe il congresso stesso a saltare, invece. Smentiscono seccamente da entrambi i fronti le voci di un patto di desistenza tra la sinistra Pd e Renzi che vedrebbe il sindaco candidato alla premiership e il partito con un segretario come Barca.
    Walter Verini, veltroniano che alle primarie si è schierato con Bersani (mantenendo una posizione molto critica verso il segretario), dice che il punto non è se aprire a Vendola perché «nel Pd, nato per unire tutte le culture riformiste, per essere il partito del nuovo secolo e non del Novecento, di centrosinistra e non di sinistra, è evidente che c’è spazio per Vendola». Per Vendola, «ma anche per Pietro Ichino e le altre forze riformiste moderate, mentre dal 2009 a oggi abbiamo assistito al progressivo allontanamento di queste culture e il risultato è l’emorragia di milioni di voti». Quello che sembra chiaro, per ora, è che i blocchi di partenza si stanno delineando.

    La Stampa 7.4.13
    Il Pd già in fase-congresso I popolari ora attaccano
    L’area Franceschini-Fioroni bypassa il segretario, in vista del voto per il Quirinale
    di Fabio Martini


    Senza un governo e con un Presidente della Repubblica ancora da fare, di punto in bianco nel Pd si è avviato un frenetico rimescolamento interno, come se si fosse aperto un congresso anticipato. Dopo le brucianti esternazioni nei giorni scorsi di Matteo Renzi (poco gratificante nei confronti di Bersani e auspice di larghe intese), ora è la volta dell’ex segretario del partito Dario Franceschini, che ha platealmente aperto ad un governo con i voti del Pdl, dunque su una linea diversa da quella di Pier Luigi Bersani. Una svolta importante perché è stata preannunciata, due giorni fa, dallo stesso Franceschini a Bersani in un incontro senza testimoni e che le due parti hanno successivamente confidato esser stato «molto franco». Svolta importante perché se ne è reso protagonista Franceschini uno dei capofila degli ex popolari (Letta, Bindi, Fioroni, Marini), che dopo una lunga stagione di compatto allineamento al segretario, sembrano essere usciti dal loro “letargo” politico. Svolta significativa perché sposta il baricentro del partito su un’ipotesi politica (una maggioranza col Pdl) che dentro il Pd finora è stata sostenuta con sfumature diverse da personaggi tra loro diversi - D’Alema, Renzi, Veltroni, Fioroni - che al momento opportuno potrebbero far “massa critica” e spostare tutto il Pd su una posizione dialogante.
    D’altra parte quello di Franceschini è un riposizionamento che guarda all’interno del partito ma che ha riflessi importanti anche nella discussione in corso sul Quirinale e per il nuovo governo. Nella sua intervista al “Corriere della Sera”, Franceschini ha sostenuto che è ora di finirla col «complesso di superiorità» della sinistra verso Berlusconi»: finché il leader è il Cavaliere, bisogna «dialogare» con lui e dunque con gli attuali rapporti di forza non si può non tentare «un governo di transizione», perché «o si accetta un rapporto col Pdl o non passerà nessun governo».
    E per il Quirinale, Franceschini ha tracciato un identikit («una persona con un’esperienza politica e parlamentare») che corrisponde a Franco Marini, non esclude Giuliano Amato e per il momento non comprende Romano Prodi. Certo, gli ex popolari hanno una spiccata preferenza per Marini (già leader della Cisl, poi segretario del Ppi e quindi presidente del Senato) e non soltanto per affetto per il loro ex leader: «Attenzione alla fase sociale che stiamo vivendo - dice Beppe Fioroni - quel che è accaduto a Civitanova Marche, prima e dopo, dice che la tensione sta crescendo sopra il livello di guardia e da questo punto di vista non andrebbe sottovalutata l’importanza di avere al Quirinale una personalità che è stato per tanti anni un punto di riferimento per i lavoratori italiani».
    E in effetti la mini-contestazione nei confronti del presidente della Camera e quella analoga verso il presidente del Senato all’Aquila, documentata dal Tg5, sono sintomi significativi perché lambiscono anche personaggi “nuovi”. Dice Riccardo Nencini, segretario del Psi: «In questi giorni si stanno moltiplicando i segnali di insofferenza verso l’indecisionismo della politica, che ho potuto personalmente verificare: dopo Franceschini, prima o poi arriveranno, se non tutti quasi tutti». Nencini, legato ad un rapporto di lealtà con Bersani, di più non dice, ma nel Pd, oltre a Franceschini, c’è anche un dalemiano atipico come Nicola Latorrre ad aprire al Pdl: «Il Pd deve smettere di demonizzare Renzi. Ora serve un accordo con il Pdl». Un rimescolamento di posizioni che fa dire ad un battitore libero come Pippo Civati: «Sono un po’ stupito da tanto situazionismo. Tra dieci giorni andiamo a votare il capo dello Stato e se va avanti così ci arriviamo stremati: non mi sembrano i giorni migliori per anticipare il nostro congresso».

    l’Unità 7.4.13
    Nichi Vendola
    «L’orizzonte è il socialismo europeo. E una chiara volontà di uscire
    dal trentennio liberista. Renzi? Gli chiedo di essere più innovatore»
    «Rimescoliamo la sinistra. Ma senza governo Bersani, il Pd rischia il caos»
    intervista di Rachele Gonnelli


    Un «rimescolamento», così Nichi Vendola ha risposto all’invito di Matteo Orfini a oltrepassare le porte del Pd. Rimescolamento, precisa, non vuol dire inventare una nuova «Cosa» a sinistra e neppure ripartire dai nomi. «Sarebbe comico cominciare una discussione dai nomi». «Il problema sostiene il governatore della Puglia è ripartire dall’analisi della crisi, recuperare un giudizio condiviso sugli ultimi trent'anni di rivoluzione liberale nella prospettiva di un socialismo del futuro, keynesiano e ambientalista, che non sia una variante effervescente dell’egemonia dei mercati finanziari».
    Un socialismo epurato dal blairismo?
    «Non voglio sfregiare gli album di famiglia, però quel ciclo si è concluso e il problema ora è: può esistere la prospettiva di Stati Uniti d’Europa, cioè di una forte democrazia europea, mutilando il Vecchio continente del suo welfare? O si può intendere che le politiche economiche e sociali delle destre europee hanno spinto le nostre società entro un precipizio recessivo che oggi mescola drammaticamente la crisi sociale con la crisi democratica, povertà, violenza razzista, nazionalismo, localismi, corporativismo. Siamo di fronte al pulviscolo di quello che fu una narrazione civile e una proposta politica». Questa casa comune dei progressisti in cui Sel potrebbe occupare una stanza, in Europa avrebbe come riferimento i socialisti, dico bene?
    «Dove si gioca la partita? Lo vorrei dire anche ai compagni delle formazioni della sinistra radicale: dove si combatte? Noi sappiamo che è globale il problema della ricostruzione della sinistra. E coincide con il tema della ricostruzione dell’Europa. Di una sua anima, del suo essere un paradigma di civiltà. Penso che le forze del socialismo europeo siano il luogo in cui far convivere le tante culture politiche, che lì possano competere sul piano delle idee invece che sul piano elettorale. C’è una tendenza minoritaria, chiusa in un minimalismo di partito che rischia di essere mero fenomeno ornamentale. Ma anche una cultura minoritaria in un contenitore grande diventa contaminazione e lievito. Del resto chi, su quale atollo di questo universo frastagliato, può dirsi sicuro di avere gli strumenti adeguati per rappresentare la politica del futuro? Più utile che suddividerci in tanti comitati elettorali, può essere alimentarci reciprocamente come parte di una intelligenza collettiva. Pensando ai grandi partiti progressisti nel mondo e non solo in Occidente, anche in America latina dove una sinistra iperideologica e vissuta per tanto in clandestinità è stata in grado di smetterla di essere prigioniera di formazioni ideologizzate, creando partiti post ideologici in cui la cultura politica si è arricchita. È preferibile l’ininfluenza piuttosto che giocare in mare aperto? Certo, a determinate condizioni».
    Quali? E soprattutto con quali i tempi: sembra un processo lungo.
    «Né lungo, né breve. Non si deve applicare uno schema scolastico. La linea politica è un’idea che puoi fare agire in qualsiasi momento della giornata. Si fa avanti un’ipotesi di scissione nel Pd? Se dovessi fare un discorso tutto interno a interessi di bottega, dovrei dire che questa prospettiva mi favorirebbe. Invece non lo auspico. Lo sforzo deve essere più grande. Per questo dico a Renzi che l’innovazione non è metodologica, pratichiamola». Cosa dice a Renzi? Mica ho capito. «Perché all’elezione del nuovo presidente non possiamo avvicinarci con lo stesso spirito con cui è stata costruita l’operazione di grande pulizia che ha portato all’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso? La stessa ispirazione, non da battaglia navale delle posizioni politiche ma ascoltando le ferite, il dolore che si leva nel Paese. Il Capo dello Stato non può essere il garante delle nomenklature, deve essere costruito come il punto più alto di abbraccio del popolo italiano. È garante dell’unità del Paese, tanto spesso delegittimata e minacciata. È custode dei valori della Costituzione, bombardati da vent’anni. Apriamo il cuore alla ricerca».
    È in questo spirito che Bersani vedrà Berlusconi?
    «L’incontro è da rubricare tra gli ordinari rapporti tra forze politiche. Sarebbe curioso se il capo del centrosinistra non parlasse con il capo del centrodestra. Altra cosa è immaginare un patto impensabile e indecente, come se il Quirinale possa diventare una specie di trofeo di caccia». Renzi non è l’unico disposto a un governissimo. E a Bersani c’è chi, anche nel Pd, imputa l’attuale stallo. Tu invece continui a sponsorizzarne la premiership?
    «Con tutto il rispetto per i dirigenti del Pd la legittimazione di Bersani è più larga del recinto degli eletti. È bene sapere che discutere della leadership di Bersani rischia di essere un depistaggio rispetto all’analisi del passaggio che stiamo vivendo in un contesto tanto caotico. La possibilità di incontro tra istanze riformiste e istanze radicali, di uno scambio culturale e politico di saperi ed esperienze che può consentire l’avvio di una fase inedita nella storia del Paese. Un riformismo audace, non subalterno al volto feroce del liberismo con la maschera della modernità». Dicevamo delle condizioni per questo rimescolamento o casa comune.
    «Il Pd per come si vede in questo passaggio è una galassia di protagonismi, di linee politiche. E c’è una sorta di galleggiamento in questo mare di contraddizioni. Ma questo è anche il problema dell’Italia. Il più grande deposito di risorse democratiche e civili e ora con altri depositi di contraddizioni e ambiguità. Ci sono dei nodi che bisogna sciogliere. Il Pd è dentro una fase congressuale, suvvia. Quando il segretario del partito e capo della coalizione di maggioranza segue un’ipotesi A e i suoi leader seguono l’ipotesi B è chiaro che la principale salta in aria. Non sto criticando, sto constatando».
    Un congresso ora non aumenterebbe il caos?
    «Non un congresso classico. Ci sono dei passaggi di fronte al precipitare degli eventi per cui un gruppo dirigente prende una posizione e ciò incide. Se Bersani riesce a fare un governo e apre una prospettiva nel Paese, il Pd diventa un’altra cosa, per me molto più interessante. Ma non vale farla facile come una fusione, sarebbe un fatto solo di ceto politico. Lo dico nella modestia delle proporzioni. Sel ha problemi analoghi al Pd, deve decidere come mettersi a disposizione per una sinistra di governo capace di essere interlocutrice delle giovani generazioni».
    Fabrizio Barca è un nome che le starebbe bene alla guida?
    «Barca ci sta per consegnare un manifesto politico, una sollecitazione culturale e una riflessione a cavallo della sua esperienza di governo. Sarebbe fargli torto mettere da parte il suo contributo e parlare di lui. Lui poi conosce la stima di cui gode in tutto il mondo della sinistra, e non solo».

    Repubblica 7.4.13
    Il leader Sel Nichi Vendola: pronti a mescolarci con il Pd, potremmo rappresentare una ricchezza
    "Non ci sono alternative al segretario la nostra gente non capirebbe l´inciucio"
    Matteo mi ha deluso, pensa che non sia possibile fare altro che un governissimo o le elezioni anticipate
    La partita politica del centrosinistra è disturbata da un congresso dissimulato dei democratici
    di Giovanna Casadio


    ROMA - «Non ci sono alternative a un governo Bersani. La partita politica del centrosinistra è continuamente disturbata da un dissimulato congresso del Pd». Nichi Vendola, il leader di Sel, boccia del tutto la proposta di dialogare con il centrodestra.
    Vendola, in mancanza di una maggioranza al Senato, il centrosinistra dovrebbe prendere in considerazione un governo di transizione?
    «Facciamo un passo alla volta, ora siamo dinanzi alla doppia e più importante sfida: da un lato, consentire l´immediato inizio dei lavori parlamentari, e quindi bisogna far partire le commissioni alle Camere, perché l´avvitamento della politica ha bisogno di essere affrontato rimettendo la politica davanti ai problemi reali. Dall´altro lato, apprestiamoci all´elezione del nuovo inquilino del Quirinale, sapendo che al vertice dello Stato bisogna guardare proprio con lo sguardo dell´Italia addolorata e indignata, che ha bisogno di tornare a credere in un progetto condiviso».
    E quali sono i suoi nomi per il Colle?
    «Non li faccio ora. Però "no" a un presidente della Repubblica che sia il garante delle nomenklature, sì a una biografia che dia una carica di speranza al paese. Ecco, darsi un orizzonte chiaro, aiuta a vivere più lucidamente i passaggi tattici».
    C´è un´alternativa al governo del cambiamento che vuole Bersani?
    «No, dal mio punto di vista non c´è. Il nuovo capo dello Stato non può che ripartire dall´incarico a Bersani. Lo dico con tutto il rispetto per chi ha altre opinioni, inclusi gli autorevoli dirigenti del Pd, Matteo Renzi e Dario Franceschini. Tuttavia nessuna opinione è più autorevole di quella espressa da 3 milioni di elettori delle primarie. Sa cosa mi ha deluso di Renzi?».
    Cosa?
    «Matteo pensa che ci sia una specie di "ora x" per il cambiamento e che oggi non sia possibile fare altro che immaginare il governissimo con il Pdl o le elezioni anticipate, perché "tertium non datur". Questo suo realismo rischia di replicare vecchi copioni, e impedisce al centrosinistra di mettere in campo l´innovazione e l´audacia di cui c´è bisogno persino a livello della manovra politica».
    Niente quindi governo del presidente, oppure di scopo o di transizione?
    «Voglio dire una cosa a tutti noi, al Pd: guardiamo questo ventennio lucidamente. La nostra gente ci ha progressivamente abbandonati; una sinistra del disincanto e del rancore è confluita in parte nei 5Stelle o non va più a votare. La sinistra è inciampata nell´inciucio, per indicare un fenomeno antico ma anche moderno ovvero il trasformismo e la subalternità culturale al modello liberista. Possibile che anche ora entriamo in questa strettoia esattamente con le vecchie scarpe che ci hanno portato a precipitare tante volte? Altro che governissimo!».
    Ma se non ci sono alternative al governo Bersani, si va più in fretta alle urne?
    «Oppure si fa il governo».
    Mescolarsi con il Pd: il suo partito è d´accordo?
    «Abbiamo bisogno di maggiore ricchezza. Alla "mia" sinistra ricordo che in un soggetto grande e plurale una tendenza minoritaria diventa stimolo, spina nel fianco. La battaglia per gli Stati uniti d´Europa, nel Partito per il socialismo europeo, potrebbe essere il primo banco di prova».
    Si sta perdendo tempo non varando un governo?
    «Nel perdere tempo, c´è l´attività di alimentare polemiche inutili. Si cominci a fare lavorare il Parlamento».

    La Stampa 7.4.13
    Sale la voglia di intesa Pdl-Pd Bersani indebolito dai suoi
    Al via la settimana decisiva: incontro tra i leader, e nome condiviso per il Colle
    di Federico Geremicca


    Secondo i più ottimisti, il grosso sarebbe ormai fatto, e resterebbe solo il problema di mettersi d’accordo su un po’ di nomi: sul nome, cioè, del futuro Presidente della Repubblica, su quello dell’uomo che dovrà guidare il prossimo governo e - addirittura sulla definizione con la quale battezzare l’esecutivo che verrà. Gli ottimisti, infatti, danno ormai per scontato che la linea indicata da Bersani dopo il voto (o un governo del cambiamento o meglio le elezioni) sia ormai minoranza nel Pd e che ora, dunque, si possa andare rapidamente verso un qualche governo (c’è però appunto il problema di dargli un nome...) sostenuto da democratici e Pdl assieme. L’elezione di un Presidente della Repubblica non “divisivo” sarebbe contemporaneamente - secondo i molti che cominciano a vedere vicina l’uscita dallo stallo la premessa e la conferma che l’intesa è ormai a un passo.
    Ma in campo non ci sono solo gli ottimisti, perchè il fronte di quanti pensano che lo stallo sia tutt’altro che rimosso è ancora ampio. Questo fronte è animato soprattutto dai “fedelissimi” di Bersani: che continuano a ripetere che i voti del Pd non possono tornare a sommarsi a quelli del Pdl (come per il governo Monti) pena una sicura, nuova delusione elettorale. Il punto, però, è che il fronte dei sostenitori della linea del segretario sembra andare assottigliandosi ogni giorno di più: non ne fanno più parte leader del calibro di D’Alema, Veltroni, Bindi, Marini, Fioroni, Finocchiaro e - da ieri - Dario Franceschini. Matteo Renzi, naturalmente, non ne ha mai fatto parte, eppure non è granchè ottimista: «Non credo - confessava qualche giorno fa - che Bersani possa fallire, perchè immaginare una sua non riuscita nel tentativo di fare un governo significa immaginare la sua morte politica».
    Ottimisti e pessimisti (il discrimine è la partenza della legislatura) continuano dunque a fronteggiarsi alla vigilia dell’avvio di una settimana nella quale tutti i nodi (o quasi tutti) dovranno esser sciolti, visto che a metà di quella successiva (il 18) il Parlamento comincerà a votare per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Entrambi i fronti, per altro, non hanno difficoltà ad individuare nell’annunciato faccia a faccia tra Bersani e Berlusconi il luogo e l’occasione per un chiarimento ed una decisione ormai non più rinviabili. La novità, rispetto ad ancora qualche giorno fa, è che il segretario del Pd sembra arrivare a quest’appuntamento notevolmente indebolito, per lo scarso successo raccolto sulla linea «o governo di cambiamento o elezioni» e per il lento ma progressivo sfarinamento dell’ampia maggioranza che lo ha fino ad ora sostenuto all’interno del Pd.
    Quante possibilità ci sono che nell’atteso faccia a faccia la coppia Ber-Ber riesca a trovare un’intesa? A questo punto, non poche: elezioni anticipate già a giugno, infatti, sembrano sempre più una jattura per il Paese, e la forza delle cose insomma - sembra ormai spingere decisamente verso un accordo. Il patto che i due leader tenteranno di stringere - anche per stoppare l’irruzione in campo di Matteo Renzi, vista da entrambi come il fumo negli occhi - dovrà però esser tale da non mortificare né l’uno né l’altro. Si tratterà di individuare un Presidente della Repubblica il cui nome non costituisca una chiara sconfitta per alcuno dei due, e quindi un premier stavolta super partes davvero. Non sarà facile, ma non è certo impossibile.
    Resterà, poi, la faccenda del nome del governo da varare: non potrà chiamarsi “governissimo”, perchè Bersani non potrebbe accettarlo; ma nemmeno “tecnico”, perchè Berlusconi ne reclama uno “politico”. Se nascerà, allora, si chiamerà di scopo, “del Presidente” oppure di “transizione”, come suggeriva ieri Dario Franceschini. Perchè la sostanza è certo la cosa più importante: ma in faccende così, anche il come presentarla può essere decisivo...

    La Stampa 7.4.13
    “Il Cavaliere vuole trattare ma Quirinale e governo sono due cose diverse”
    Fassina: “Dopo l’elezione un governo ci sarà”
    Il tentativo che Bersani porta avanti per quanto abbia poche possibilità, ne ha certamente più di tutte le altre
    Fassina non esclude che tornare alle urne possa essere un male minore
    intervista di Alessandro Barbera


    Onorevole Fassina, ora anche Berlusconi ha i suoi otto punti. Che ne pensa? Un programma di governo o l’inizio della nuova campagna elettorale?
    «Ma che elezioni. Berlusconi è uscito allo scoperto un’ora dopo la conferenza stampa del governo nel tentativo di offuscare un decreto - quello sul pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione - molto positivo per l’Italia».
    Secondo lei dunque il Cavaliere teme le urne e vuole trattare?
    «Eccome. Berlusconi sta cercando di mescolare le carte, di fare un unica grande trattativa che tenga insieme governo e nuovo presidente della Repubblica. Mi permetto di dire che seguire questo percorso sarebbe un grave danno per il Paese. Una cosa è discutere con il Pdl un nome di garanzia per tutti, altra cosa è il governo».
    Nel suo partito non tutti sembrano pensarla come lei. Anzi, la sensazione è che la gran parte del gruppo dirigente ormai la pensi in modo diverso e si sia convinto che non ci sono alternative alla trattativa con Berlusconi. Non è così?
    «Non mi pare che nessuno nel mio partito stia proponendo un governo politico col Pdl».
    Lo chiamano governo di transizione, nei fatti è un governo di tutti. Anche perché l’alternativa sono le elezioni. Crede ancora a soluzioni diverse?
    «Il tentativo che Bersani porta avanti, seppure in forme diverse aperta a tutte le forze politiche, per quanto abbia poche possibilità, ne ha certamente più di tutte le altre. Dopodiché vedremo in quale contesto ci troveremo dopo la nomina del capo dello Stato».
    Che vuol dire? I lettori potrebbero non comprenderla. Vuol dire che dopo la nomina del successore di Napolitano si spalancheranno le porte per un governo?
    «È evidente che la soluzione per la presidenza della Repubblica favorisce od ostacola un clima di collaborazione e di disponibilità fra le forze politiche. Dopo quella elezione un governo dovrà uscire dal cilindro. Se fosse un governo diverso da quello a guida Bersani, sarebbe inevitabilmente di corto respiro e ci porterebbe alle elezioni entro un anno».
    Fassina, questa intervista avremmo potuto farla un mese fa. Non crede che nel frattempo siano cambiate un po’ di cose?
    «E infatti non è successo nulla. È chiaro che siamo ad un passaggio che in qualche modo azzera il percorso fin qui fatto e potrebbe consentire una ripartenza che può dare qualche chance ad un governo diverso».
    La nomina del nuovo Capo dello Stato non sarà una pedina di scambio come dice lei, ma non può essere nemmeno un moltiplicatore di voti. I numeri in Parlamento sono sempre gli stessi. I grillini non diranno mai sì ad un governo con voi, il Pdl invece sì.
    «I numeri del Parlamento sono sempre gli stessi, e tuttavia le convergenze sul nome possono creare le condizioni perché dopo il governo ci sia. Di forze in Parlamento ce ne sono molte: i grillini, Monti, la Lega».
    Cioé lei ci sta dicendo che la trattativa unica per Presidente e governo la fa, ma non con Berlusconi, con il quale evidentemente faticate a trovare un nome condiviso. Proviamo a fare qualche nome che lei gradisce?
    «Niente giochini, non partecipo al totonomi».
    Non crede che il ritorno al voto sarebbe una iattura? Il Paese si può permettere questo clima di incertezza?
    «Bisogna scegliere il male minore. A novembre 2011 facemmo la scelta della governabilità, non è detto che questa volta la scelta giusta sia quella».

    Corriere 7.4.13
    Pd, il pressing interno su Bersani apre un varco al governo di scopo
    Segretario più isolato. Renzi: come finirà? In tanti non vogliono le elezioni
    di Monica Guerzoni


    ROMA — A quaranta giorni dal voto, il Pd è a un punto di svolta. L'apertura di Dario Franceschini a un esecutivo di transizione con il Pdl ha rivelato come il «piano A» di Bersani — governo di minoranza e convenzione per le riforme — non regga più l'onda d'urto delle pressioni interne. Ormai tutti i capicorrente hanno dato il via libera, più o meno esplicitamente, a un accordo con Berlusconi per un governo di scopo, che faccia le riforme prioritarie e scongiuri il voto anticipato. E a questo punto il segretario, sempre più isolato, non sembra avere altre strade che accordarsi con il Cavaliere o trascinare il Paese al voto. Beppe Fioroni riassume così lo stato d'animo prevalente nel partito: «Buon senso ci guidi. Prima presidente di larghe intese condiviso, poi governo espresso dalla stessa maggioranza».
    Tre giorni fa, quando Matteo Renzi disse al Corriere «intesa con Berlusconi o voto», nel Pd si scatenò l'inferno. Ma adesso il clima è cambiato. «Non so se la soluzione di un governo Pd-Pdl sia quella che davvero i dirigenti romani sceglieranno — ragiona il sindaco di Firenze —. Ma le elezioni non le vogliono in tanti...». Hanno paura di lei? «Non credo alla fantapolitica — sdrammatizza Renzi —. È difficile che uno come me, che sta lontano da Roma, possa capire come andrà a finire». In realtà Renzi lo ha capito benissimo, ha afferrato per primo come Bersani e Berlusconi siano vicini alla stretta di mano che suggella il patto e ha provato a stopparlo, prima che sia tardi. E però, denunciando che il Pd «sta perdendo tempo», ha suonato la sveglia a Bersani. Prova ne sia il fatto che Davide Zoggia e Miguel Gotor, due tra i dirigenti più vicini al leader, si affrettano a riportare la «conversione» di Franceschini nel solco della linea ufficiale: no al governissimo, sì al dialogo con Berlusconi.
    Anche Enrico Letta, che ha un ruolo chiave di cerniera con le opposizioni interne, condivide l'apertura di Franceschini e pensa che il Pd debba smetterla con i complessi di superiorità. E poiché Veltroni, D'Alema e Anna Finocchiaro sono (da tempo) sulla stessa lunghezza d'onda, Bersani ha fretta di uscire dall'angolo. «Se dimostra di avere in pugno il rapporto con Berlusconi senza darlo a vedere — suggerisce Marco Follini — taglia le ali agli oppositori interni e può anche spuntarla». Il Secolo XIX ha chiesto a Rosy Bindi se il Pd non si senta ostaggio del segretario e la presidente ha risposto «Bersani non sa più che fare e il partito è fermo, senza prospettiva». La Bindi ha smentito con forza il colloquio «mai avvenuto», ma nel Pd ne è nato un caso che conferma come la pentola a pressione rischi di esplodere. Per non bruciarsi, il leader si sta muovendo. Chi spera in un passo indietro sembra destinato a restare deluso. «C'è fibrillazione, è vero — ragiona Bersani con i suoi —. Ma il Pd reggerà, perché il governissimo non lo vuole nessuno e nemmeno il voto. Ci sono spazi significativi perché il tentativo riesca». Stato d'animo dovuto alla convinzione che il prossimo capo dello Stato non potrà che «ripartire da chi ha più numeri». E, dunque, da Bersani...
    Il segretario accelera, tanto che ieri si era sparsa persino voce di un possibile incontro segreto nel weekend a metà strada tra Piacenza e Arcore. Ma al Nazareno smentiscono e assicurano che l'ex premier e il segretario non si vedranno prima di giovedì, a Montecitorio e con tutti i crismi dell'ufficialità. L'intensità con cui Letta e Migliavacca trattano con il Pdl perché «la chimica» del primo e cruciale incontro tra i duellanti produca miracoli, conferma come tutto si sia messo in movimento. «Arriveremo lì dove si doveva arrivare tre settimane fa» sospira il socialista Marco Di Lello. Il fattore Renzi è stato determinante, sia Bersani che Berlusconi hanno interesse a disinnescare il sindaco di Firenze... Ma il renziano Roberto Reggi tifa contro l'accordo: «Il tentativo di Bersani è morto». Il problema, come il leader temeva, è la base. Sul web gli elettori democratici sono in rivolta, hanno fiutato «l'inciucio» e avvertono Bersani: «L'accordo con Berlusconi è un suicidio».

    Corriere 7.4.13
    Speranza, il capogruppo Pd alla Camera
    «Cavaliere legittimato, non ha voti di serie B. È giusto confrontarsi»
    Ma serve un governo di cambiamento
    intervista di Monica Guerzoni

    qui

    Corriere 7.4.13
    Perché la «ditta» Pd deve cambiare
    di Antonio Polito


    Il titolo dell'Unità che ha scatenato una lite nel Pd svela, forse inconsapevolmente, il nocciolo della questione. Il giornale accusava infatti Renzi di aver detto «No al governo Bersani». Ma che cos'è esattamente il «governo Bersani»? Andrebbe chiarito, perché all'inizio era un accordo con Grillo su otto capitoli di programma; a metà era diventato un tentativo di spaccare il Movimento di Grillo ottenendo il voto di un gruppo di dissidenti; alla fine era la richiesta a Berlusconi — pur senza mai nominarlo — di consentire la nascita di un governo di minoranza; in ogni momento ha presunto un sostegno di Monti che non è mai stato né contrattato né promesso. Nel caso dovesse risorgere dallo stato di crio-conservazione in cui si trova, in quale di queste incarnazioni si presenterebbe per farsi dire di no dal giovane e scalpitante sindaco fiorentino?
    La verità è che il «governo Bersani» è uscito battuto dalle urne, e il Pd non uscirà dalle sue angosce finché non ne prenderà atto e non affronterà seriamente, come si faceva un tempo, l'analisi del voto. Quel progetto politico si basava infatti sul tentativo di vincere le elezioni con un fronte unito delle sinistre, sperando che il Porcellum facesse il miracolo di trasformare una minoranza in una maggioranza, grazie alla debolezza del fronte opposto. Ma la sinistra da sola in Italia non può vincere perché è da sempre una minoranza troppo piccola. Togliatti e Nenni, che pure non erano Bersani e Vendola, ottennero appena un po' di più di loro, sfiorando il 31% nel 1948; Berlinguer, che pure era Berlinguer, superò al suo apice il 33%. Le elezioni del 2013 sono state la più sferzante conferma di questa legge della politica italiana, perché anche di fronte a un tracollo della destra l'elettorato ha preferito creare un terzo polo pur di non consegnare il governo alla sinistra.
    Il gruppo dirigente che si raccoglie intorno a Bersani ha invece letto il voto come il segno di una epocale svolta a sinistra dell'elettorato italiano, che avrebbe premiato Grillo solo perché il Pd era stato troppo timido nel suo pur antico anti-berlusconismo. Non si spiegherebbe altrimenti perché ha prima offerto al Movimento 5 Stelle la testa di Berlusconi (ineleggibilità vent'anni dopo e arresto appena possibile), e perché oggi punti a tornare nella direzione da cui proviene fondendosi con Vendola e affidandosi a Barca. Per questo è importante l'intervista al Corriere con cui ieri Franceschini ha rotto l'unanimismo di facciata nel Pd e il lungo silenzio di quella corrente dei Popolari che un tempo ne rappresentava il centro. Non solo e non tanto perché dice ciò che è ovvio, e cioè che i numeri consentono soltanto un dialogo con Berlusconi (esattamente ciò che ha detto Renzi, ma scommettiamo che oggi l'Unità non lo tratterà allo stesso modo). Ancor più rilevante è che Franceschini interpreti lo stato d'animo del Paese come una disperata richiesta di buon governo cui il Pd non può sottrarsi, combattendo l'estremismo invece di rincorrerlo. Il futuro del Pd è in un sistema bipolare in cui l'avversario lo scelgono gli elettori, non nella supponenza di rappresentare l'unico elettorato moralmente degno. Grillo non è il suo alleato naturale, ma la talpa che gli scava il terreno sotto i piedi.
    La Rete e le sue minoranze attive non equivalgono al Paese, il quale non premierà chi è più zelante nel dannare il nemico, ma chi è più efficace nel salvare la casa comune. Pd e Pdl sono condannati a ricostruire insieme una democrazia funzionante, o a perire nel rogo del sistema democratico. Il giaguaro non è stato smacchiato e anzi è comparso pure un altro gattone dotato di artigli affilati. Se il Pd è un partito e non una «ditta» la cui ragione sociale è la mera prosecuzione della specie di chi lo dirige, è ora di riconoscere come stanno le cose e di cambiare tattica e strategia, o di cambiare leadership.

    Repubblica 7.4.13
    Il Pd si divide sul governissimo e sul web scatta la rivolta "Niente accordi con Berlusconi"
    Franceschini: dialogo con il Pdl. Renzi: nessuno vuole votare
    Fioroni: una linea di buonsenso. Ma da Puppato a Casson: chiusura assoluta
    di Silvia Buzzanca


    ROMA - Dario Franceschini rimescola ancor di più le carte nel Partito democratico. Che litiga, interpreta e si divide. L´ex capogruppo parla della necessità di dialogare con Silvio Berlusconi, di «superare il complesso di superiorità per cui se l´avversario ti piace ci parli, altrimenti non ci parli nemmeno». Parole che vengono lette come uno stop a Pier Luigi Bersani, al suo progetto per un «governo di cambiamento».
    Ma Franceschini dice anche di essere d´accordo con il segretario sul no al governissimo, perché in Italia «non ci sono le condizioni», ma «chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo, per sua scelta, i numeri dicono che o si accetta un rapporto con il Pdl, o non passerà nessun governo». Indica però una terza via, una via d´uscita all´impasse, ovvero «un esecutivo di transizione che prenda le misure necessarie per dare ossigeno all´economia mentre in Parlamento si fanno le riforme istituzionali».
    L´intervista al Corriere della Sera fa discutere il Pd, le sue diverse anime, riapre i giochi e delinea nuovi scenari. A cominciare da quelli di Renzi. Il sindaco di Firenze comincia ad avere dubbi su un voto molto rapido. Ieri infatti commentava: «Le elezioni mi sa che non le vogliono in tanti». Secondo il primo cittadino fiorentino, «noi dobbiamo abituarci alla serenità, alla serietà e alla coerenza. Io non so se la situazione di un governo Pd-Pdl sia quella che davvero i dirigenti romani sceglieranno».
    Sul versante dei bersaniani si da un´altra lettura dell´intervista. Davide Zoggia, infatti, fa notare che l´ex capogruppo si muove nel solco indicato dal segretario: «Dialogare con tutte le forze politiche disponibili al cambiamento e aprire una nuova fase di riforme». Ma, continua Zoggia, Franceschini, «escludendo il governissimo, rimarca il solco che il segretario Bersani considera strategico sia per individuare una personalità condivisa per il Quirinale, sia per dare un governo al paese».
    Altra corrente, altra versione. Beppe Fioroni, esponente dell´area ex popolare del Pd, legge le parole di Franceschini come un salutare ripensamento. «Buon senso ci guidi. Prima presidente di larghe intese condiviso, poi governo espresso dalla stessa maggioranza. Questa è la normalità», scrive su Twitter. E conclude, «questo percorso politico per noi sembra evento straordinario, frutto di laceranti riflessioni e conversioni per molti. Facciamolo senza parlare». Avrebbe invece parlato Rosi Bindi, per ammettere al Secolo XIX che sì, Bersani tiene in ostaggio il partito. «E´ così purtroppo, Bersani non sa più che fare e il partito è fermo, senza prospettiva», avrebbe detto. Ma la Bindi ha smentito, il giornale ha confermato.
    Ma parla anche la senatrice Laura Puppato. «Le ipotesi che si stanno facendo di un governo con il Pdl non corrispondono al mandato ricevuto e sono una catastrofe politica per l´Italia e per il Pd», spiega la parlamentare veneta. Un pensiero condiviso da un altro senatore veneto: Felice Casson. «Vedremo se sarà possibile ragionare in maniera più allargata - dice - ma ribadisco che se c´è Berlusconi la chiusura non potrà che essere assoluta».
    Una posizione che trova molti consensi sulla Rete. Con minacce del tipo: «Ok fate accordi col nano e vedrete cosa faremo delle nostre tessere Pd». O «Se vi alleate con Berlusca la tessera elettorale ve la spedisco direttamente in ufficio». O inviti perentori: «Con Berlusconi abbiamo dato abbastanza per il bene del paese. Finitela con la classica guerra fratricida di sinistra».

    Repubblica 7.4.13
    L’altolà di Bersani ai fan del piano B "Non intendo accettare i ricatti di nessuno"
    Il leader è sicuro: il partito sarà dalla mia parte anche stavolta
    Pierluigi ripete: "Solo un governo di cambiamento può connettersi al disagio sociale"
    Largo del Nazareno avverte: "In un teorico esecutivo del presidente Pierluigi non entra"
    di Goffredo De Marchis


    ROMA - Al confronto con Berlusconi per il Quirinale, Bersani si prepara così, ragionando con i suoi collaboratori: «Il problema è che l´Italia capisca che non accettiamo ricatti da nessuno e non ci mettiamo settarismo verso nessuno». È una risposta che non vale solo per il Cavaliere, ma è rivolta anche al Pd. Il suo partito infatti arriva diviso alla partita per l´elezione del nuovo capo dello Stato. Diviso rispetto alla posizione e al ruolo del segretario. Con un fronte, ogni giorno più largo, che gli chiede una trattativa seria, senza riserve e senza retropensieri, con il Pdl. Evitando di giocare su due tavoli: quello del centrodestra e quello del rapporto con Beppe Grillo. Anche mettendo da parte, stavolta definitivamente, la candidatura dello stesso Bersani per Palazzo Chigi.
    A dieci giorni dal primo voto dei grandi elettori per il Colle, si è creato un oggettivo asse tra Matteo Renzi, Enrico Letta, Walter Veltroni, Massimo D´Alema e Dario Franceschini, asse che chiede al segretario di cambiare linea. Non per arrivare al governissimo (forse solo la proposta del sindaco di Firenze gli si avvicina), ma per abbandonare definitivamente la pista del Movimento 5stelle e "abbracciare", nel modo più indolore possibile, il Cavaliere. «Esecutivo di transizione» è la formula usata ieri da Franceschini in un colloquio con il Corriere. «Piazzare una bella pietra sopra alla non maggioranza», precisa il vicesegretario Letta che di Bersani in questo momento è il principale confidente. Il segretario ascolta, registra, osserva i movimenti sotterranei e in superficie del partito. Già dopodomani, alla riunione dei gruppi parlamentari (un esercito di oltre 400 persone), è atteso da un passaggio molto delicato. Poi, a metà settimana, è previsto il faccia a faccia con Berlusconi. Ai dubbi e ai dissensi interni, Bersani dovrà rispondere precisando bene il percorso. E le tappe che lo hanno preceduto. Ieri è emersa anche la fronda di Rosy Bindi, con un´intervista al Secolo XIX smentita, ma confermata dal quotidiano.
    Sarà inevitabilmente una discussione vera. Nel partito, il dibattito, più che aperto, è spalancato. Renzi appare tutt´altro che solo. E a Largo del Nazareno non si aspettano un abbassamento di toni. «L´agitazione è fisiologica, destinata ad aumentare non a diminuire», dicono. Del resto, anche i bersaniani ci mettono del loro lanciando per il futuro il nome di Fabrizio Barca in funzione anti-rottamatore. Ma i collaboratori più stretti riportano le parole esatte del segretario: «Del Pd, della sua tenuta non mi preoccupo. Lo conosco bene. Al momento giusto il partito c´è. E ci sarà anche questa volta».
    I suoi fedelissimi giurano che la linea non muterà, che le correzioni, nella sostanza, non saranno rilevanti. «Alla fine, sulla proposta di fondo, tutti vedono che non ci sono alternative», spiegano. Solo un governo di cambiamento «può connettersi con il disagio sociale. Il governissimo non esiste perché non reggerebbe l´impatto della crisi. Per questo, il Pd deve rimanere aperto, orecchio a terra. Nessuno ha mai proposto un esecutivo organico coi grillini. Ma l´assetto politico attuale non è definito una volta per sempre. Non sappiamo ancora come evolverà la dinamica dei 5stelle». Governo del cambiamento continua a fare rima con Bersani premier, con un tentativo che non è tramontato. Se fosse possibile un esecutivo diverso avrebbe già visto la luce. «Invece non si scorge all´orizzonte e con evidenza non è nemmeno pronunciabile». Eppure se ne vedono i contorni, magari sfumati, magari lontani. A Largo del Nazareno parlano di «casi molto teorici». Ma per il bene della ditta, tanto cara a Bersani, non si considera lesa maestà, «il fatto che il Pd si tenga un margine».
    Anche lo schema per la presidenza della Repubblica non varia: «La strada della larga condivisione resta quella primaria - è la posizione di Bersani -. Se Berlusconi non fa ricatti e accetta la rosa del centrosinistra, l´accordo si fa. Alla luce del sole. La discussione del Pd c´entra ben poco in questo caso. Dipende tutto dal capo del Pdl». In quella rosa, i nomi spaziano da Giuliano Amato a Massimo D´Alema a Franco Marini a Emma Bonino che da sempre ha un feeling con Bersani. Gli "ambasciatori" del Pd, o più precisamente del leader sono impegnati nel lavoro preparatorio del vertice col centrodestra. Tenendo insieme sia il voto sul capo dello Stato sia il dopo, ossia l´esecutivo. «Il Pdl e la Lega - spiega uno di loro - preferiscono non mettersi di traverso a un governo dal profilo politico, piuttosto che ingoiarne uno tecnico o del presidente». Ma se la risposta del Cavaliere è no, si cambia strategia per il Quirinale. «Si parte da un accordo imbullonato con Mario Monti». Che ha come favorito per la corsa al Quirinale Romano Prodi (guardando ai 5Stelle) e, forse, il rilancio dello stesso professore della Bocconi.

    Repubblica 7.4.13
    Il pressing dei big su Pierluigi "Non si può insistere solo sul tuo nome nel partito bisogna aprire una fase 2"
    L’assalto delle correnti dai renziani ai Giovani turchi
    Il segretario accusato di riunirsi nel bunker E Veltroni gli rinfaccia: nel 2009 fui costretto a lasciare la segreteria
    di Giovanna Casadio


    ROMA - Da qualche giorno le riunioni di Bersani con i collaboratori più fidati - Migliavacca, Errani, Zoggia - sono soprannominate "il bunker". Dov´è Bersani? Nel bunker: è la risposta aspra che, con un sorrisetto, i Democratici consegnano ai cronisti. Nel "bunker" si decide la linea, che è quella di andare fino in fondo verso il "governo di cambiamento" guidato dal segretario. Ma fuori dal bunker, si salda un fronte di correnti e di dirigenti del Pd pronti ad archiviare le mosse bersaniane: non c´è solo un governo Bersani, va aperta una fase 2.
    Matteo Renzi, il "rottamatore" è in campo, apertamente e le bordate alla linea di Pierluigi Bersani sono quotidiane. Ma pure Dario Franceschini ha tratto il dado. Sostiene, l´ex segretario, che è tempo di prendere atto che Berlusconi ha milioni di voti, un´intesa con il Pdl va trovata, e soprattutto che ci vuole «un governo di transizione». Un modo per dire a Pierluigi e al suo entourage, che intestardirsi non vale e che è tempo di abbandonare il "piano A", cioè il governo del cambiamento, dal momento che i numeri non ci sono e non ci saranno. Lo smottamento è in atto. Benché i bersaniani neghino, minimizzino, raccontino dei contatti continui tra Dario e Bersani, il Pd è alla svolta forse più drammatica dei suoi 7 anni di vita e della sua scommessa politica, che è stata quella di unire ex Pci ed ex Dc, immaginando un partito popolare progressista.
    Enrico Letta, il vice, difende Franceschini. Ritiene che Dario non abbia affatto preso posizione contro Bersani, ma stia tentando di spostare un po´ in avanti la timidezza del mondo bersaniano. L´«arroccamento», dicono i renziani. «La mia lealtà a Pierluigi è piena», ha ripetuto Letta. Che però, se il governo del cambiamento non si potesse fare, allora pensa a un governo del presidente. Si racconta di un D´Alema, che di Bersani è stato il "grande elettore" alla segreteria, in dissenso totale con la ridotta in cui si trova oggi il Pd. Comunque, D´Alema è negli Usa, già alla scorsa Direzione del partito aveva dato forfait per impegni all´estero. Veltroni è stato subito per un´altra rotta: il governo del presidente. E ha ricordato pubblicamente, con perfida bonomia, che a costringerlo a lasciare la segreteria del Pd nel 2009, dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali in Sardegna (e il Pd era al 33%), fu proprio Pierluigi... Insomma, la ruota gira: con il partito al 25% e lo stallo politico, Bersani veda un po´. Fioroni, leader dei Popolari, è fan delle larghe intese. A fare cerchio attorno al segretario sono ora i "giovani turchi". «Un´area elastica», la definisce Stefano Fassina, che ne fa parte ma non ha condiviso alcune fughe in avanti, come il documento dell´altroieri che chiede la costituzione subito delle commissioni parlamentari. «Troppi posizionamenti... non siamo mica un´armata Brancaleone, stiamo andando un po´ oltre, uno si sveglia e fa una cosa. Sono un bersaniano "senza se e senza ma", però comprendo che se Pierluigi non va a Palazzo Chigi, una fase sarà finita. È fisiologico». Rincara Francesco Verducci: «L´ipotesi di larghe intese non risolve lo stallo, lo aggrava. Si lavora per Bersani pancia a terra». Un altro dei leader della "gauche" del Pd, Matteo Orfini è sarcastico: «Quello che ha detto Dario? Irrilevante. Finirà in minoranza in Direzione. Certo ne discuteremo, laicamente, sia di quanto afferma Franceschini che di quanto sostiene Renzi. Con il Pdl non si fa nessun accordo». La "gauche" e i liberal renziani si trovano a sorpresa sulla stessa lunghezza d´onda: «Nel partito troppi hanno paura delle urne», ripetono. Loro, no. A temere un collasso del Pd è il sindaco di Bologna, Virginio Merola, per il quale gli strattoni dei renziani e quelli dei "giovani turchi" rischiano di provocare un crollo, una falla insanabile. Lo spettro della scissione, evocato spesso a sproposito, non è mai stato così concreto.

    Corriere 7.4.13
    L'amara solitudine di Napolitano e le ferite della democrazia
    di Paolo Franchi


    Immalinconito. Deluso. Amareggiato. Nei giorni scorsi gli aggettivi utilizzati per descrivere lo stato d'animo del vecchio presidente si sono sprecati. Forse, anzi, sicuramente non andavano molto oltre la superficie delle cose. Però in qualche misura hanno colto nel segno. Giorgio Napolitano si è sempre rappresentato, con un pizzico appena di autoironia, come un «atarassico», che ha scoperto giovanissimo (parola di Curzio Malaparte) la propria capacità di non perdere la calma «neppure dinanzi all'Apocalisse», sotto i bombardamenti che martoriavano la sua Napoli. Per una vita, ben prima di salire al Quirinale, ha sempre dosato quasi maniacalmente non solo le parole, ma pure i punti e le virgole di interventi, articoli e interviste. Significherà pure qualcosa, allora, il fatto che a caldo, sul Corriere del primo di aprile, parlando con Marzio Breda, sia ricorso a un lessico per lui a dir poco inusuale. Constatando amaramente che il suo mandato rischia di finire «in un modo surreale». E collocando «tra il geniale e il demente» i sospetti e le dietrologie di cui era stato fatto oggetto.
    C'è però un sostantivo, solitudine, che probabilmente rende meglio di tanti aggettivi la condizione di un presidente lasciato solo, appunto, e messo nemmeno troppo velatamente sotto accusa dai partiti. Da quegli stessi partiti che erano saliti al Colle per testimoniargli la loro incomunicabilità, i loro veti reciproci, e dunque la loro impotenza. Si è discusso molto, e si è fatta anche della comprensibile ironia, sui saggi, o sui facilitatori, o sugli esperti, chiamati da Napolitano a istruire con lui la pratica delle riforme e degli interventi possibili, da consegnare ormai tra pochi giorni al suo successore. E, come se non bastasse, ci si è messa di mezzo pure la surreale caduta di Valerio Onida nella trappola della Zanzara, quasi a dimostrazione del fatto che, da noi, la farsa trova il modo di andare in scena anche nelle ore più gravi, quasi fosse una componente insopprimibile del carattere nazionale. Può darsi benissimo, anzi, è altamente probabile, che la decisione di Napolitano sia più un modesto placebo che un antidoto efficace. Ma rappresentarla, ora apertamente, ora tra le righe, come una specie di golpe bianco, o come un ultimo sconfinamento in una sorta di presidenzialismo sui generis, questo no, non si può e non si deve, o non si dovrebbe, fare. E soprattutto non avrebbero dovuto farlo, non foss'altro per decenza, le tre minoranze di dimensioni più o meno simili lasciate sul campo dal terremoto elettorale, nessuna delle quali è in condizione né di vincere la guerra né di porre condizioni realistiche per stipulare qualcosa di simile a una tregua: tre minoranze che si marcano rumorosamente a distanza, come se avessero smarrito ogni capacità di ascolto e di comunicazione con le speranze e (soprattutto) con le angosce di un Paese peggio che impaurito.
    Non è solo un (comprensibilissimo) stato d'animo, la solitudine del presidente. Lo stile aiuta, certo, anche perché non è qualcosa di affettato e di esibito, ma un abito mentale: e tanto più risalta quando tutto attorno dilagano, all'apparenza almeno incontrastate, l'improvvisazione e, spesso, la volgarità. Ma nessuno stile al mondo può bastare, da solo, a mettere in secondo piano il fatto che questa che si sta consumando può rapidamente diventare, se già non lo è, una tragedia repubblicana. Napolitano, il primo (e probabilmente l'ultimo) former communist al Quirinale, non è - non è mai stato - il presidente che viene dal freddo. È stato, ed è, uno dei rappresentanti più significativi della storia migliore e della cultura politica della Prima Repubblica, che tutto fu, fuorché presidenzialista. Sin dall'inizio del suo mandato, si era posto come obiettivo, nella speranza che a conseguirlo concorressero «un sussulto di operosità riformatrice e anche un moto di rinnovamento dei partiti», il superamento di un bipolarismo tanto rissoso e selvatico quanto inconcludente, e l'avvento di una democrazia dell'alternanza finalmente matura. Ben prima di questo tristissimo sabato di Pasqua ha dovuto riconoscere che si trattava di «aspettative troppo fiduciose o avanzate». Ma non per questo the quiet power broker, il posato mediatore dotato insieme di grande realismo e di «una ricca cultura barocca» di cui ha detto il New York Times, le ha abbandonate al loro destino. Nemmeno quando, nel novembre del 2011, ha portato a Palazzo Chigi Mario Monti. Adesso, spes contra spem, terrà botta fino all'ultimo per tenere aperta la possibilità di un esito non catastrofico della crisi. Ma deve prendere atto che, sotto questo profilo, il settennato si conclude, e non certo per sua responsabilità, nel modo più amaro. Ne è ferito, ovviamente. È la democrazia italiana, però, che rischia di esserne ferita ben più gravemente, perché una democrazia può sopportare traumi feroci, ma difficilmente sopravvive in un deserto di fiducia e di speranza nel futuro. Forse viviamo già in tempi irrimediabilmente post democratici, nei quali alla politica poco o nulla si addicono il senso e la dimensione del tragico. Già questa è una tragedia, per l'uomo del Novecento (non è una parolaccia) che, seppure governando le passioni, e facendo ampio ricorso all'understatement, in un angolo almeno di sé questo senso e questa dimensione li ha sempre serbati. Nulla è più lontano da Napolitano del catastrofismo. Ma sessant'anni fa a spingerlo irresistibilmente in politica è stata, come per tanti altri della sua generazione, la volontà di far fronte a una catastrofe nazionale. Per una vita intera non lo ha dimenticato. E lo ricorda benissimo, c'è da esserne certi, anche oggi.

    Repubblica 7.4.13
    Inventarsi un Presidente e inventarsi un Governo
    di Eugenio Scalfari


    POCHI punti che è bene chiarire subito a titolo preliminare. 1. Napolitano ha accelerato, non ritardato, il percorso che porta verso uno sbocco costituzionale. Per sua volontà, prontamente recepita dalla presidente della Camera, le votazioni per il nuovo inquilino del Quirinale cominceranno il 18 aprile, undici giorni da oggi. Senza questa decisione le votazioni sarebbero cominciate verso la fine del mese.
    2. Il comitato di consulenza nominato dal Presidente ha soltanto l´incarico di preparare un memorandum che delinei alcune soluzioni per i più urgenti problemi costituzionali, istituzionali, economici, sociali. Dovrà consegnare quel documento non oltre il 16 aprile. Se il Presidente ne riterrà congruo il contenuto, lo consegnerà al suo successore il quale potrà metterne a frutto le proposte oppure cestinarle a suo piacimento.
    3. Il Ragioniere generale dello Stato e i suoi più stretti collaboratori, da quando nacque il governo Monti nel novembre 2011 fino ad oggi hanno fatto tutto quanto potevano per bloccare o rallentare provvedimenti destinati alla crescita dell´economia, fino al decreto – finalmente varato in queste ore – sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese fornitrici.
    L´obiettivo della Ragioniera generale è stato di mantener ferma la politica di Tremonti del "nulla fare e nulla muovere". Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha cercato di superare quegli ostacoli ma senza riuscirvi. È dovuto intervenire direttamente Napolitano e la questione, del massimo rilievo per l´economia italiana, è stata finalmente risolta.
    4. Matteo Renzi accusa la politica in genere e il segretario del suo partito in particolare, di perdere un tempo prezioso.
    E di allontanare quello che secondo lui è il solo sbocco possibile ed urgente e cioè lo scioglimento delle Camere appena elette e, per quanto riguarda il Pd, nuove primarie per designare il candidato premier. Non ha detto però, il sindaco di Firenze, con quale legge elettorale si dovrebbe votare. Sempre con il "Porcellum" così com´è? E non ha detto neppure chi sarebbe il responsabile del tempo perduto.
    Forse allude a Bersani? Ma dimentica che Bersani non ha alcun potere di perdere o di guadagnar tempo: lo scioglimento delle Camere auspicato al più presto da Renzi (e da Berlusconi) è nelle mani del prossimo Capo dello Stato, per la nomina del quale – come indicato al punto 1 – Napolitano ha accorciato e non rallentato il tempo.
    5. La maggior parte degli osservatori stranieri e delle autorità internazionali ritiene che nuove elezioni in Italia sarebbero esiziali per l´economia italiana e di conseguenza per quella europea e americana.
    Napolitano ed anche Bersani la pensano allo stesso modo. Renzi invece ritiene che elezioni a breve siano la sola e vera soluzione. Lascio ai lettori di giudicare chi sia nel vero e chi nel falso.

    * * *
    Per il resto, la situazione politica è nel buio pesto. Tre partiti hanno ottenuto consensi più o meno di un terzo ciascuno. Il residuo 10 per cento è andato ai montiani.
    Rispetto alle passate elezioni politiche il partito di Berlusconi ha perso 6 milioni di voti, la Lega si è dimezzata, il Pd ha perso 3 milioni e mezzo. I montiani hanno guadagnato il 2 per cento rispetto all´Udc e al partito di Fini che avevano l´8 e ora sono scomparsi. Il movimento di Grillo ha ottenuto 8 milioni di voti, nel 2008 non esisteva.
    Il voto è sempre più mobile "qual piuma al vento. Muta d´accento e di pensier". Il populismo è aumentato; sommati insieme il Pdl, la Lega e il Movimento 5 Stelle si arriva ad oltre la metà dei voti espressi, raccolti con populismo di vari colori ma di identica tonalità.
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